Mezzoeuro per il rinascimento della cultura classica
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Caro signor ministro,
da pochi giorni è alla guida del ministero e, nell’augurarLe buon lavoro, voglio richiamare la Sua attenzione su qualche aspetto della politica scolastica che considero fondamentale.
Scrivo dalla Calabria, da una regione del Sud afflitta da problemi, in particolare, di ristrettezza della base produttiva e di deficienza della legalità, ma ricca di beni culturali che, se adeguatamente valorizzati, potrebbero costituire un volano del suo sviluppo e che sono segni significativi di un passato da non rimuovere.
Locri, Crotone, Sibari sono nomi di grandi città magnogreche, le cui rovine inducono a riflettere, prospettandoci, nell’attuale globalizzazione, il senso della nostra identità.
Sibari, poi, il sito archeologico più vicino alla città ove vivo, Castrovillari, dopo la sua fine, risorse, nel 444 a.C., per volere di Pericle, con la colonia di Thuri, che annoverava, tra le altre leggi, una di grande importanza: quella, potremmo definirla noi, del diritto allo studio. Tutti i figli dei cittadini dovevano “imparare a leggere e a scrivere”. Si era consapevoli, cioè, che i cittadini, privi di risorse economiche, non avrebbero potuto affrontare privatamente l’ònere dell’istruzione dei loro figli, con la conseguenza di defraudarli delle “occupazioni più belle”, come recita un’antica fonte greca.
La scuola pubblica (preferirei dire ‘statale’, perché l’aggettivo richiama il sostantivo, lo Stato, che è alla base del nostro vivere civile e sociale) garantisce quel diritto. È un bel messaggio la sua affermazione pronunciata subito dopo la nomina: «la scuola pubblica in Italia è molto importante». Inoltre, quei siti richiamano il tema della cultura umanistica. Oggi, gli studi classici sono da trascurare, come un vecchio arnese da relegare in soffitta, o da caldeggiare, come un percorso idoneo a favorire la formazione di un cittadino dotato di capacità critiche?
Credo nella validità del secondo corno del dilemma.
Di recente, la filosofa statunitense Martha Nussbaum ha sostenuto, in un suo stimolante libro, che la cultura classica forma “cittadini a pieno titolo, in grado di pensare da sé, criticare la tradizione e comprendere il significato delle sofferenze e delle esigenze delle altre persone” ed è indispensabile a “mantenere viva la democrazia”.
Lei che ha fatto esperienza della ricerca più avanzata della tecnologia ben conosce, certo, le opportunità che questa offre all’uomo, ma pure si rende conto dei rischi che l’individuo corre circa la sua autonomia e la sua libertà. I media, gli strumenti attuali di una tecnologia sempre più sofisticata possono insidiare le facoltà razionali dell’uomo contemporaneo, alienarlo, se a corto di quelle doti riflessive e critiche, che, soprattutto, la formazione umanistica può suscitare.
Gli studi classici, vanto della nostra tradizione scolastica, vanno tutelati e incrementati, nella maniera più opportuna, ai fini della salvaguardia, ripeto, della libertà dell’uomo e della democrazia moderna. Libertà, democrazia, politica, come partecipazione dei cittadini alla vita della pólis, costituiscono il lessico nato nell’antica Grecia, che le società moderne, che lo posseggono, devono riempire, giorno dopo giorno, di nuovi contenuti, traducendolo nella pratica quotidiana, e al quale talune società, penso a quelle arabe della sponda meridionale del Mediterraneo, si sono per la prima volta affacciate, gustandone il sapore. D’altra parte, la formazione umanistica promuove quella forma mentis che consente alle giovani generazioni di superare, più agevolmente, le difficoltà che incontrano nel mondo del lavoro. La grecista francese Jacqueline De Romilly ha affermato, in una intervista rilasciata l’anno scorso a un periodico di studi antichistici, che apparentemente “l’insegnamento del latino e del greco dà l’impressione di non servire a niente. La mia posizione, invece, è che essi servono indirettamente in tutti i mestieri e in qualunque cosa si debba fare in seguito. Uno dei miei ex-alunni anziani è diventato condirettore di una delle più grandi imprese industriali della Francia”.
Oltre alla convinzione della grecista francese, sono davvero illuminanti le parole del Presidente emerito Carlo Azeglio Ciampi che, nel suo libro-testimonianza Da Livorno al Quirinale, ha osservato di non aver “trovato differenza tra cercare di interpretare e di studiare le statistiche, analizzare i fatti dell’economia reale e finanziaria, e lavorare sui frammenti dei lirici greci e latini. In fondo, il metodo di lavoro, il modo di affrontarlo è analogo. È diversa la materia”.
In altri termini, una scuola animata da un sentire laico e dai contenuti di una ricerca scientifica sgombra da verità date, da dogmi (questi comporterebbero la negazione di ogni scienza), una scuola che non emargini il prezioso patrimonio umanistico non solo vivifica la prassi democratica della società, ma ne asseconda la crescita economica, perché tesaurizza le fresche energie intellettive delle giovani generazioni che, grazie alla loro duttilità mentale e, quindi, professionale, saranno in grado di intuire e anticipare le domande poste dalle veloci trasformazioni del processo produttivo, sì, in tal modo, da non rimanerne soccombenti, ma, anzi, da padroneggiarlo.
Gli studi classici, pertanto, non rappresentano un sapere di nicchia, elitario, atto ad appagare bisogni peculiari di una ristretta cerchia di cultori dell’antichità, ma una risorsa cui attingere quotidianamente per realizzarci come uomini consapevoli, come cittadini partecipi e solidali, come protagonisti di un progresso armonico. Questi sono gli ideali che ho cercato di perseguire durante circa un trentennio di insegnamento.
Proprio in questi giorni sta circolando un appello, proposto dall’accademia Vivarium novum e sostenuto da diversi Istituti, come l’Istituto italiano per gli studi filosofici, con cui si chiede all’Unesco di riconoscere il latino e il greco come “patrimonio immateriale dell’umanità”. L’auspicio è che, in primo luogo, l’Europa, le cui radici culturali affondano nel mondo classico, faccia propri i contenuti dell’appello e provveda, tramite provvedimenti legislativi e adeguati finanziamenti, a rilanciare lo studio del greco e del latino, nelle cui lingue si è espresso un pensiero scientifico, filosofico, giuridico che ha promosso l’emancipazione dell’uomo e la sua liberazione dalla soggezione alla natura.
Come il greco è stato, duemila anni fa, la lingua dei popoli gravitanti sul Mediterraneo, così il latino è stato la lingua che l’antica Roma ha diffuso tra i popoli europei e che è alla base di diverse lingue moderne, anche dell’inglese che, oggi, i giovani di tutto il mondo si preoccupano di apprendere: esso, infatti, come la ricerca linguistica ha messo in luce, ha sostituito la maggior parte del lessico germanico con latinismi tanto da essere utilizzato, insieme con l’italiano, il francese e lo spagnolo, per testare la vitalità dell’eredità latina nell’Europa moderna. Questa può trovare nel passato classico linfa vitale per rimotivare la sua integrazione grazie a istituzioni dotate sempre più di poteri sovranazionali capaci, pertanto, di risolvere i tanti problemi che società complesse pongono.
Spero che la paideia classica ritrovi, nel sistema scolastico, in Italia, grazie alla Sua attenzione, e in Europa, quel ruolo rilevante che la prestigiosa tradizione e le sue grandi potenzialità consigliano di riservarle.
Leonardo Di Vasto- Associazione italiana cultura classica (Aicc) - delegazione Castrovillari
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2011-11-29 12:49:06Aggiunta il:
2 mesi fa
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Mezzoeuro, Associazione italiana cutura classica
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classica, cosenza, cultura, mezzoeuro, ministro, rinascimento
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